Un ricordo
Ricordo quando ci siamo conosciuti all’Isola Polvese alla presentazione delle missioni in Libano e in Nepal, e al ritorno scopristi che l’internazionalismo era un’altra cosa.
Ricordo quando vendevi porta a porta la stampa bordighista, erano gli anni del berlusconismo e non ancora dell’ultima ondata femminista, e te ti presentavi tutta gnocca e sullo stipite suadente gli facevi: “salve(eh) sono una marxista(ah), vuoi comprare il mio giornale?”. E come facevano a dirti di no.
Ricordo gli scontri a Roma il 14 dicembre 2010, in via del Corso tenevi tra le mani una pietra più grande di te; per cercarmi ti colpirono alle costole, e io invece ero già scappato.
Ricordo che mi sono preso la rivincita il 15 ottobre dell’anno dopo, mentre te eri stata messa in fuga dai pacifisti – quanto c’hai rosicato.
Ricordo l’LSD al centro di Roma, te che scoprivi che “l’Ama è lo spirito della storia!” (la municipalizzata). Alla fine del viaggio, vedemmo dall’altra parte del Tevere noi stessi di qualche ora prima. E quanto vorrei oggi riconquistare quel punto di vista, per rivederti ancora ancora e ancora e non dimenticare mai niente.
Ricordo il capodanno del 2012, e niente sarebbe stato più come prima.
Ricordo che avevi il vestito bianco e gli stivali da montagna, ricordo bene Quella festa a Gavelli e tutte le altre che sarebbero seguite.
Ricordo l’occupazione di via Giusti e le “culones” come chiamavi le senza casa latinoamericane; non hai mai avuto bisogno del politicamente corretto per dare tutto te stessa agli altri.
Ricordo la luce che portavi nella sala colloqui del carcere di Ferrara e ricordo la nostalgia pungente che mi pigliava quando si richiudeva la porta della cella, e adesso quella porta non la riapriranno più.
Ricordo i sogni per la casa nuova, il terremoto – anzi i terremoti – del 2016, e quel cervo che scappava dal bosco.
Ricordo il Nera che scorreva sotto casa tua, io tornavo con le trote fresche e te le preparavi, un’abitudine che non avremmo mai perso anche quando abbiamo smesso di essere una coppia; ogni volta che andavo a pesca era una tappa obbligata passare da te, anche a sorpresa, in un’economia del dono, delle coccole e della compagnia perduta per sempre.
Ricordo le notti del 30 aprile passate a sigillare gli ingressi dei supermercati, perché il primo maggio non si lavora.
Ricordo – perché me l’hanno fatta leggere di recente – la tua lettera di addio alle colleghe dopo che ti licenziarono: “Per cui senza vittimismi vi saluto, e se quando vi abbraccerò mi verrà da piangere non sarà perché credo di aver subito un’ingiustizia od un sopruso, ma perché mi mancherete. Sempre a pugno chiuso. PADRONI DI NIENTE, SERVI DI NESSUNO”.
Ricordo il Circolaccio, che non è un ricordo, ma un albero di ricordi.
Ricordo tutte le volte che abbiamo litigato, e tutte le volte che abbiamo fatto pace.
Ricordo la tua passione per la verità e contro le ideologie, e i tuoi pugni in faccia ai farisei; e vedessi ora la fila di bizzocche e circoncisi che si affollano al Muro del pianto.
Ricordo “ah merda, m’hai dato una manganellata e manco l’ho sentita”, e ricordo quello che è successo dopo.
Ricordo: “Sono nemica di ogni forma di governo, dal momento in cui la scelta tra democrazia e dittatura è solo quella più funzionale a mantenere il controllo sulla popolazione o per essere più precisi: sulla classe oppressa”.
Ricordo: “Di sedere sul banco degli imputati a rispondere di danneggiamento contro delle auto di poste italiane, azienda responsabile dei rimpatri forzosi di centinaia di migranti scappati dalle guerre di cui l’Italia è coprotagonista non mi provoca né turbamento né vergogna”.
Ricordo: “La responsabilità individuale è, invece, un fondamento dell’anarchismo. Io non prendo ordini né li do: né da nessuno né a nessuno. Agisco rispondendo solo alla mia coscienza che non ha parametri d’interesse né di vantaggi e che rimane l’unica voce che io possa ascoltare”. E sei stata coerente fino alla fine.
Ricordo mentre giocavi con mia figlia, e lei non si ricorderà di te (ma le racconterò la bellissima favola di “zia Sara”).
Ricordo la nostra ultima litigata, e non faremo mai più pace.
E lo so che adesso dovrei dirti “Buon viaggio”, ma non ci riesco, non posso, non voglio lasciarti andare. Resta qui con me. Facciamo la pace, facciamo la guerra.
Lo so che sei morta combattendo, e morire fa parte della guerra. Per cui, senza vittimismi. E se adesso mi viene da piangere non è perché credo di aver subito un sopruso o un’ingiustizia, ma perché mi mancherai.
Padroni di niente, servi di nessuno. Compagno vostro.